A partire dal 1991, con la caduta dell’Unione Sovietica e la fine della Guerra Fredda, la globalizzazione, nelle sue molteplici forme, conobbe una forte crescita a livello mondiale.
Con la Perestrojka e il successivo crollo dello Stato sovietico si aprirono infatti nuovi mercati, in precedenza sottoposti allo stretto controllo di Mosca, che favorirono la diffusione nell’Europa orientale e in parte dell’Asia post-sovietica degli ideali e della cultura occidentale di allora: la democrazia rappresentativa, lo Stato di diritto e, più in generale, un orientamento favorevole all’integrazione economica e commerciale fra i vari Stati, rispetto alla mera competizione militare simbolo del conflitto appena trascorso.

Questo processo di integrazione sembrò funzionare, anche se alcune voci critiche si sollevarono già nei primi anni 2000 per segnalare le prime violazioni dei diritti umani da parte della neonata Federazione Russa: Anna Politkovskaja, nota giornalista d’inchiesta, denunciò con forza in numerosi articoli le brutalità commesse dall’esercito russo durante la Seconda Guerra cecena.
A fronte di una mancata integrazione culturale e ideale tra Occidente e Russia, si è manifestata nonostante ciò una forte integrazione economica e una crescente mobilità internazionale, rendendo più solida l’idea del “villaggio globale“.
Tale concetto, vacillando durante la crisi finanziaria del 2008 per poi riaffermarsi, è entrato concretamente in crisi a partire dalla pandemia di COVID-19 e successivamente con lo scoppio del conflitto in Ucraina.
In questo articolo si analizzeranno alcuni aspetti dell’attuale crisi della globalizzazione, evidenziandone le diverse manifestazioni e gli attuali squilibri.
COVID-19 e Guerra in Ucraina: la recessione della globalizzazione spaziale
Il lockdown imposto dalla maggior parte dei Governi mondiali durante la pandemia di COVID-19 ha rappresentato il più significativo blocco alla mobilità internazionale dalla Guerra Fredda. Per la prima volta dal 1991, il movimento internazionale di persone è stato sospeso su scala globale, mettendo in discussione l’ideale della libertà di movimento, fondamentale assunto della globalizzazione.
La possibilità di spostarsi tra uno Stato all’altro, richiedendo al massimo un visto, fu di fatto la norma dalla caduta dell’Unione Sovietica in quasi tutto il continente euroasiatico e americano. La mobilità internazionale si erse così a pilastro quotidiano per la maggior parte degli abitanti in Europa e nell’Asia post-sovietica, rappresentando la possibilità concreta di poter viaggiare ovunque si volesse.
In Europa, inoltre, era già in fase di consolidamento lo Spazio Schengen, che rendeva di fatto il Vecchio Continente uno spazio continuo e libero in cui spostarsi.
I confini perdevano la dimensione politica: niente più frontiere o controlli doganali. La maggior parte del mondo quindi, da Bruxelles a Mosca, sembrava seguire la direzione indicata dagli ideali occidentali del neoliberismo globalista.
Come affermato in precedenza, con l’invasione russa dell’Ucraina, i confini si sono riaffermati con forza nell’immaginario collettivo, risultando di fatto il motivo di scontro tra le due ex repubbliche socialiste.
Seppur agli occhi di un cittadino europeo siano ancora presenti alcune libertà verso la Russia o gli Stati a essa associati, come la libertà di viaggiare, resta di fatto evidente una spaccatura enorme tra i governi occidentali e quello russo, in ambito economico, politico e ovviamente militare.

Da una parte l’Occidente, formato dal Nord America e dall’Europa, ancora trainato dagli ideali liberali e congiunto dalla NATO e dall’UE, dall’altra il blocco BRICS, formato da Stati legati, almeno per il momento, debolmente tra loro ma che rappresentano già quasi la metà del PIL globale e uniti dal desiderio di slegarsi dalle influenze occidentali.
La crisi della globalizzazione economica: l’ascesa del blocco BRICS e la fine di un mondo unipolare
Nato da un acronimo coniato da Jim O’Neill, economista britannico, il blocco BRICS rappresenta la fine del mondo unipolare, così come immaginato dagli Stati Uniti dopo il crollo sovietico.

Gli Stati BRICS, che nel corso degli anni si sono allargati includendo numerosi Paesi come Egitto, Iran, Indonesia e molti altri, formando così BRICS+, si antepongono all’egemonia finanziaria e politica americana, ricercando una propria indipendenza.
Attualmente, questa strada si sta realizzando attraverso la de-dollarizzazione, ovvero l’abbandono progressivo del dollaro statunitense come valuta di riserva nazionale o per gli scambi commerciali internazionali.

