Dal 7 ottobre 2023 sono passati quasi due anni, e risulta difficile tracciare un disegno chiaro del conflitto in corso a Gaza e, ancor di più, della vita quotidiana degli abitanti della Striscia.
Al di là di qualche utente Instagram risiedente a Gaza che riesce a condividere la propria giornata, e di qualche giornalista locale, non si hanno infatti molte notizie sulla quotidianità dei gazawi. La maggior parte delle informazioni arriva infatti dal Ministero della Salute di Gaza e da fonti indipendenti (ONU, ONG, ecc.), oltre che – ovviamente – da Israele.
I rapporti forniti, tuttavia, indicano maggiormente decessi e feriti, non informazioni relative alla vita quotidiana delle persone.
Ciò perché Israele ha bloccato, dall’inizio del conflitto, in maniera totale ai giornalisti stranieri l’accesso a Gaza. Pochi riescono a entrare e, spesso, le grandi testate fanno affidamento a corrispondenti locali, come i cinque reporter affiliati a Reuters e Al Jazeera uccisi durante dei raid israeliani di recente.

A discapito di questa mancanza di informazioni in tempo reale, sono invece verificate e note le difficili condizioni dei gazawi, di cui il dato più importante è l’elevato numero delle morti, oltre 60mila decessi civili. Un numero così alto che, per l’ONU e Medici Senza Frontiere, indica l’intento esplicito di voler perseguire un vero e proprio genocidio all’interno della Striscia da parte delle forze israeliane.
Senza considerare inoltre le difficili condizioni alimentari quotidiane: gli aiuti umanitari internazionali sono bloccati. Gli unici a passare sono quelli gestiti dalla americana Gaza Humanitarian Foundation, ma in maniera insufficiente secondo l’ONU, che segnala una vera e propria carestia alimentare.
In questo articolo si vuole analizzare in modo conciso e tecnico la veridicità di varie affermazioni sul conflitto a Gaza pronunciate dalla propaganda israeliana, in particolar modo sul web.
Israele ha infatti intrapreso varie campagne di promozione di contenuti propagandistici.
Come i video promossi su YouTube sulla situazione a Gaza, dove Israele incolpa l’ONU della mancata consegna di aiuti umanitari o, ancora, delle false accuse verso Francesca Albanese.
“Se Hamas restituisse gli ostaggi, la guerra a Gaza finirebbe subito”
Questa frase, pronunciata da Netanyahu a inizio agosto, indica la volontà del governo israeliano di voler terminare immediatamente l’avanzata militare dei suoi soldati se Hamas liberasse tutti gli ostaggi e deponesse le armi.
Tuttavia, Netanyahu è stato smentito da alcuni componenti del governo israeliano, come Amihai Eliyahu, Ministro del Patrimonio di Israele che, in un’intervista ha dichiarato:
“Il governo sta cercando di cancellare Gaza e grazie a Dio stiamo cancellando questo male. Tutta Gaza sarà ebraica […]
Non dobbiamo preoccuparci della fame nella Striscia. Abbiamo completamente perso la testa”
Anche Bezalel Smotrich, Ministro della Finanze israeliano, ha smentito le affermazioni di Netanyahu, affermando in un’intervista a maggio:
“Gaza sarà completamente distrutta, i civili saranno inviati… a sud, in una zona umanitaria senza Hamas né terrorismo, e da lì inizieranno a partire in gran numero verso paesi terzi”.
Le affermazioni di questi due Ministri svelano quindi una volontà, di una parte del Governo israeliano, di voler continuare il conflitto a Gaza finché quest’ultima non sarà completamente annessa allo Stato israeliano e, i suoi cittadini, deportati in massa nei paesi arabi confinanti.
Non è Israele a bloccare gli aiuti a Gaza, bensì l’ONU
È delle ultime settimane la notizia che Israele abbia invitato nella Striscia di Gaza dieci influencer giovani e “progressisti” per mostrare al mondo la verità su Gaza: non è l’IDF a bloccare gli aiuti umanitari a Gaza ma le Nazioni Unite e Hamas.
Uno di questi influencer è Xavier DuRousseau, un giovane statunitense conservatore che, nel video riportato, incolpa l’ONU per la mancanza di consegne umanitarie.
Oltre alla campagna degli influencer, Israele ha anche finanziato vari messaggi pubblicitari su YouTube, dove si mostrano i mercati di Gaza pieni di cibo:
Questa narrazione appartiene, ovviamente, alla propaganda israeliana e non corrisponde alla verità. In un documento congiunto pubblicato lo scorso 22 agosto da FAO, UNICEF, OMS e il World Food Programme (WFP), si apprende infatti la conferma ufficiale dello stato di carestia a Gaza e della conseguente mancanza di cibo da parte di queste organizzazioni.
L’articolo afferma che la fame è stata provocata dalle forze israeliane, e che oltre mezzo milione di persone sono in pericolo di carestia e che il numero di bambini a rischio morte certa per malnutrizione potrebbe arrivare a ben 43.400:
“Più di mezzo milione di persone a Gaza sono intrappolate in una carestia, segnata da diffusa fame, miseria e morti evitabili. Le condizioni di carestia si prevede si estenderanno dal Governatorato di Gaza a quelli di Deir Al Balah e Khan Younis nelle prossime settimane. […].
Quasi due anni di conflitto, ripetuti sfollamenti e gravi restrizioni all’accesso umanitario, aggravati da interruzioni costanti nell’accesso a cibo, acqua, cure mediche, sostegno ad agricoltura, allevamento e pesca, insieme al collasso dei sistemi sanitari, igienico-sanitari e di mercato, hanno spinto la popolazione alla fame. […].
Dall’ultima analisi IPC di maggio, il numero di bambini a rischio di morte a causa della malnutrizione entro giugno 2026 è triplicato, passando da 14.100 a 43.400. Allo stesso modo, per le donne in gravidanza e in allattamento, i casi stimati sono triplicati da 17.000 a maggio a 55.000 entro la metà del 2026. L’impatto è evidente: un neonato su cinque nasce prematuro o sottopeso.”
Le accuse di Israele a Francesca Albanese dopo il report su Gaza
In seguito alla pubblicazione del rapporto From economy of occupation to economy of genocide, che sottolinea il supporto delle principali compagnie tecnologiche statunitensi alle operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza, è partita una vera e propria campagna mediatica contro Francesca Albanese, autrice del report.

Albanese, che dal 2022 è relatrice speciale dell’ONU sui territori palestinesi occupati, è stata infatti vittima di una controversa manovra di propaganda effettuata da Israele, tramite la Israeli Government Advertising Agency (IGAA), un’azienda che si occupa delle comunicazioni ufficiali del Governo israeliano.
Nel dettaglio, la IGGA ha di recente acquistato delle sponsorizzazioni su Google, facendo apparire al primo posto nei risultati una pagina web chiamata ‘govextra.gov.il‘, un sotto-dominio web israeliano. Il sito afferma che Francesca Albanese ha:
“Ripetutamente violato i principi di imparzialità, universalità e integrità professionale che sono fondamentali per il suo mandato alle Nazioni Unite.
Le sue dichiarazioni pubbliche hanno caratterizzato la distorsione dell’Olocausto, la negazione del diritto di Israele all’esistenza e una retorica che minimizza o giustifica la violenza terroristica – un linguaggio fondamentalmente in contrasto con i principi del diritto internazionale dei diritti umani.
Queste azioni hanno suscitato continue condanne da parte di governi democratici, organizzazioni della società civile e istituzioni accademiche, molte delle quali hanno denunciato la sua condotta come antisemita e moralmente indifendibile.
La diffusa reazione negativa riflette non solo la gravità delle sue trasgressioni, ma anche il significativo danno reputazionale che il suo ruolo continuato ha inflitto alla legittimità e alla credibilità del sistema dei diritti umani delle Nazioni Unite.“
Tali accuse sono ovviamente infondate. Albanese ha svolto il suo lavoro, sottolineato i vari legami tra le aziende USA e Israele, senza mai cadere nell’antisemitismo e nella distorsione dell’Olocausto, ma semplicemente segnalando i vari legami economici tra l’Occidente e il genocidio palestinese.
Si è espressa contro le accuse di Israele e alle sanzioni imposte dagli USA verso Francesca Albanese anche Amnesty International, che nella persona del Segretario Generale Agnès Callamard ha dichiarato:
“Questo è un vergognoso e trasparente attacco ai principi fondamentali della giustizia internazionale.
I relatori e le relatrici speciali non sono nominati per piacere ai governi o per avere popolarità ma per svolgere il loro mandato.
Quello di Francesca Albanese è di promuovere i diritti umani e il diritto internazionale, un’azione essenziale in un momento in cui è in gioco la stessa sopravvivenza delle persone palestinesi nella Striscia di Gaza occupata.
Queste sanzioni sono state emesse appena pochi giorni dopo che Francesca Albanese aveva pubblicato un suo nuovo report in cui descrive come le aziende abbiano tratto profitto dall’occupazione illegale da parte di Israele, dal suo brutale sistema di apartheid e dal suo genocidio tuttora in corso nella Striscia di Gaza”
Fonti:
- UK backs call for Israel to allow foreign media into Gaza – BBC
- Gaza, chi sono i cinque giornalisti uccisi dall’Idf a Khan Younis – Il Sole 24 ore
- È stata dichiarata per la prima volta una carestia nella città di Gaza – Il Post
- Ora Israele cerca di convincerci che l’Onu stia bloccando gli aiuti a Gaza – Fanpage.it
- Il governo israeliano sta comprando annunci su Google per screditare Francesca Albanese – Fanpage.it
- Gaza talks to focus on releasing hostages all in one go, Netanyahu hints – BBC
- ‘All of Gaza will be Jewish’: Heritage minister claims Israel working to resettle Gaza – JPost
- Israeli official says Gaza will be “entirely destroyed,” Palestinians “will start to leave in great numbers” – CBS News
- Carestia confermata per la prima volta a Gaza – UNRIC
- From economy of occupation to economy of genocide – Humans Rights Council
- Sanzioni Usa contro Francesca Albanese: “Vergognoso” – Amnesty International

